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Audizione del Ministro della giustizia Annamaria CancellieriCommissione Giustizia Senato

Signor Presidente,


nel prendere la parola davanti a questa Commissione, desidero innanzitutto porgere il mio saluto a Lei e agli onorevoli Senatori, ringraziandoVi fin d’ora per l’attenzione che riterrete di prestare al mio intervento e per i contributi e i suggerimenti che – sono sicura – non vorrete far mancare, in un confronto costruttivo che ritengo necessario per esercitare l’incarico istituzionale che ho assunto.

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta, nel suo discorso alla Camera dello scorso 29 aprile, ha sottolineato il grande sforzo compiuto dal precedente Governo, guidato dal Senatore Mario Monti, che è stato premessa per avviare insieme una nuova fase di crescita del nostro Paese. Ha, altresì, evidenziato la necessità che il Paese riparta nella via dello sviluppo e della coesione. E per ripartire, tutti devono essere motori di questa nuova energia positiva.

In questa direzione il tema della giustizia, dell’affidabilità del sistema giustizia, è  assolutamente centrale per la vita del Paese.

Lo è nel dibattito delle forze politiche, ma ancor di più nella sensibilità dell’opinione pubblica che ne fa, a torto o a ragione, il parametro su cui valutare il funzionamento dell’intero apparato istituzionale, ben oltre l’ambito ristretto dell’amministrazione della giurisdizione.

E’ in questa prospettiva che  guardo, quindi, con grande preoccupazione al sentimento di insoddisfazione e incomprensione che oramai molta parte dei cittadini nutre nel rapporto con  la giustizia e che rischia di portare ad una pericolosa presa di distanza nei confronti dello Stato e delle istituzioni repubblicane.

Ed è con altrettanta preoccupazione che guardo alle mai sopite esasperazioni e contrapposizioni che, come ha più volte evidenziato il Capo dello Stato, caratterizzano il nodo “delicato e critico” dei rapporti tra politica e giustizia e che costituiscono un prepotente fattore di disaffezione della società civile verso il mondo delle istituzioni.

Quando ci si arrocca – lasciatemelo dire - in maniera astratta, su posizioni preconcette, è difficile individuare un cammino comune di riforme.

L’assoluta individualità e separatezza non può funzionare.

In un bel saggio Amos Oz dice: noi siamo delle penisole, non siamo delle isole.

Tutto ciò mi pare conduca ad una strada obbligata: che è quella di mettere da parte pregiudizi ideologici e visioni monocolari per assumerci tutti insieme la responsabilità di rimettere il cittadino al centro del pianeta giustizia.

Nella mia precedente esperienza al Viminale ho sempre guardato alla sicurezza come a un diritto fondamentale del cittadino, precondizione di godimento effettivo degli altri diritti essenziali e delle prerogative di libertà.

A più forte ragione non saprei concepire la giustizia esclusivamente in termini di erogazione di un servizio e riterrei riduttiva qualunque interpretazione che la confinasse in questa asfittica visione, sia pure in nome di comprensibili esigenze produttive e di miglioramento delle performance degli uffici giudiziari.

L’efficienza e la capacità di far funzionare la macchina amministrativa della giustizia rappresentano, indubbiamente, una questione decisiva nel processo di modernizzazione e di recupero di competitività del nostro Paese, nonché nella direzione di un adeguamento, da più parti e in più contesti sollecitato, agli standard raggiunti dagli Stati più virtuosi.

Questo però non esaurisce la reale portata del tema che è, in definitiva, un tema di democrazia sostanziale: la capacità che ha lo Stato di operare in una prospettiva costituzionalmente orientata alla costruzione di una “società giusta”.

Questa prospettiva implica la piena consapevolezza del valore inestimabile della funzione giurisdizionale, come anche la necessità che non si attenui mai la fiducia con la quale i cittadini devono poter guardare ad essa; sicuri dell’indipendenza e dell’imparzialità di chi è chiamato ad esercitarla.

Implica anche, tuttavia, l’altrettanto piena consapevolezza che la reale ed effettiva tenuta di quel rapporto di fiducia non si esaurisce nella mera esistenza di istituzioni e norme ineccepibilmente giuste.

Il discorso sulla giustizia impone infatti di orientare l’attenzione non tanto e non solo sulla corrispondenza del quadro organizzativo e ordinamentale di riferimento a un modello ideale e giusto.

Essa ha a che fare, in ultima istanza – prendo a prestito le parole del premio nobel per l’economia Amartya Sen – con la vita vissuta delle persone e investe  quella dimensione di libertà concreta che gli individui riescono - o non riescono- a vivere.

I valori in gioco sono di tale portata e delicatezza da richiedere uno sforzo congiunto e solidale nella direzione del superamento di un atteggiamento che vede troppo spesso trasformato lo spazio d’azione in un terreno di ostilità e scontro, su aspetti personalistici. Il tutto a danno della ricerca e dell’impegno a dare risposte concrete alla domanda di giustizia dei cittadini.

Ecco perché mi sento di affermare – con assoluta forza e convinzione- che il cittadino sarà – come peraltro è sempre stato - la stella polare che mi farà da guida nello svolgimento del delicato incarico ministeriale che mi è stato affidato.

Come ministro della giustizia lavorerò in questo senso, con la più ampia disponibilità all’ascolto e al dialogo, ad un confronto pacato, aperto e attento, con tutte le componenti del mondo giudiziario, a iniziare dall’organo di autogoverno della magistratura.

Mi attendo che questa disponibilità venga pienamente compresa in uno spirito di rispetto, e di reciproca e leale collaborazione.

Il mio sarà un atteggiamento laico e rivolto esclusivamente al merito dei problemi e alla ricerca della più ampia convergenza nell’individuazione di soluzioni utili a garantire la pienezza dei diritti dei cittadini, rafforzando credibilità e fiducia nella politica e nelle istituzioni.

In questa prospettiva non esiterò a cercare di costruire un rapporto di proficua e solida cooperazione, allargato a tutto il sistema della pubblica amministrazione, nella consapevolezza che molte delle tematiche che riguardano la galassia giudiziaria hanno una interrelazione e richiedono un confronto con tutte le componenti istituzionali, anche della rete di governo territoriale, nonché delle varie articolazioni, pubbliche e private, della società civile.

E’ un approccio che richiede una tensione verso un cambiamento di passo sul piano organizzativo ma soprattutto culturale.

Esso presuppone la capacità di calarsi nella realtà del Paese e dei concreti problemi degli individui, facendoci carico delle ansie quotidiane e delle aspettative che nutre la collettività, senza mai dimenticare che al centro delle nostre azioni ci sono le persone, con i piccoli o grandi drammi quotidiani, e le loro legittime aspettative ed istanze di giustizia.

 Un’inversione di tendenza sul piano culturale, dicevo, nell’interpretazione del ruolo che ciascuno deve giocare con tenacia, serietà, rigore, spirito di servizio e passione civile.

Ciò, come ha pure sottolineato in più occasioni il Presidente della Repubblica, in una cornice di puntuale osservanza delle leggi che rappresenta un imperativo assoluto per la salute della Repubblica. Alla continua ricerca del delicato equilibrio tra il severo controllo della legalità, insostituibile missione di cui è investito il potere giudiziario, e la libertà di giudizio e di critica che pure compete al mondo della politica e della società civile.

Tutto questo in un quadro di rispetto delle regole, del senso del limite nei rapporti reciproci, ma soprattutto di leale collaborazione. 

E’ una sfida non semplice, ma mi conforta sapere che non siamo certamente all’anno zero.

Intendo infatti proseguire nel solco delle riforme già avviate dal precedente governo, ed in particolare dal ministro Severino cui va il mio più sentito apprezzamento e ringraziamento,  che ha varato iniziative di importante ed efficace riorganizzazione del sistema.

Occorre ora profondere il massimo impegno nel porre in essere una serie di interventi, sul piano dell’amministrazione attiva, volti a dare attuazione concreta all’architettura del già tracciato disegno riformatore, soprattutto per gli aspetti che più pesano sulla collettività.  

Penso innanzitutto al tema della razionale distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio.

Il prossimo 13 settembre, diverrà operativa la riforma della “Geografia Giudiziaria” e, come era facilmente prevedibile, si sono intensificate iniziative, anche parlamentari, per il differimento o la modifica delle decisioni adottate con i Decreti Legislativi n. 155 e 156 del 2012.

Sono state sollevate, tra l’altro, varie eccezioni di costituzionalità della legge delega e dei decreti attuativi, che la Corte Costituzionale inizierà a breve ad esaminare.

Pur comprendendo le argomentazioni tese a sottolineare elementi di criticità e margini di miglioramento del provvedimento, non posso tuttavia non evidenziare che un differimento della sua entrata in vigore  correrebbe fortemente il rischio di essere mal interpretato e di generare un negativo effetto di disorientamento.

Le riforme non possono avere un punto di nuovo inizio ad ogni cambio di legislatura.

Lo stop and go non è produttivo e non assicura certezze del diritto.

Ci vuole il coraggio della continuità.

Solo alla luce di una valutazione successiva all’attuazione della riforma si potranno ipotizzare circoscritti e motivati interventi correttivi in un contesto di ampia condivisione parlamentare.

Va considerato che, allo stato attuale, molti Presidenti di Tribunale hanno già provveduto ad acquisire le risorse delle sezioni distaccate presso la sede accorpante e, tranne rarissime eccezioni, la fase di realizzazione procede con speditezza.

Peraltro, seppure l’obiettivo della riforma è segnatamente quello di un recupero di efficienza e non già di solo contenimento dei costi, non può non essere apprezzato che, a regime, per la sola chiusura degli uffici, al netto dei previsti costi di accorpamento, il risparmio è calcolato in oltre 17 mln di euro per ciascun anno. Dato quest’ultimo che non tiene conto delle economie di scala che pure si realizzeranno con la concentrazione delle sedi.

Inoltre, la revisione delle circoscrizioni consente di affrontare in modo realistico e “meno traumatico” il tema della scarsità di risorse umane.

Infatti, la pianta organica complessiva del personale amministrativo è gravemente deficitaria e tende a peggiorare a causa dei pensionamenti e del perdurante blocco delle assunzioni.

Attraverso un intenso dialogo con il C.S.M. si dovrà, inoltre, mettere mano alla rideterminazione delle piante organiche della Magistratura per tutti gli Uffici Giudiziari, sull’intero territorio nazionale.

Nella stessa direzione di un’accelerazione al processo di innovazione e ammodernamento della macchina giudiziaria sarà il mio impegno a dare un forte impulso alla piena operatività del processo civile telematico.

Occorre, inoltre, realizzare un sistema informatico che consenta l’accesso diffuso, in rete, da parte dei cittadini, ai sistemi di giustizia, così da organizzare meglio ed accelerare l’erogazione dei servizi all’utenza.

Ciò consentirebbe di incrementare i risparmi legati all’abbattimento dei costi per i procedimenti di notifica di molti atti giudiziari che potrebbero efficacemente essere surrogati, ovviamente con le necessarie garanzie, da meccanismi di natura telematica.

In questo settore di attività, come peraltro in tanti aspetti dell’organizzazione della macchina giudiziaria, ritengo essenziale l’innesto di professionalità e managerialità capaci di essere al servizio dell’attività giurisdizionale, ottimizzandone i risultati.

Su questo versante, sarà importante poter contare, in un’ottica di contenimento della spesa, delle expertise del personale di altre Amministrazioni, anche di livello territoriale, così come del mondo delle professioni, che rappresentano un prezioso patrimonio di competenza ed esperienza.

Vengo ora all’annosa e grave questione dei tempi dei processi.

Non si tratta, evidentemente, di dare solo una risposta adeguata alla sollecitazioni che provengono dalla comunità Europea.

Il problema è ben più delicato e involge la tenuta stessa del nostro Stato di diritto e insieme la credibilità della giustizia nei confronti e agli occhi dei cittadini.

Fronteggiare questa emergenza è una priorità della politica, ma richiede un corale impegno di tutti i soggetti che operano nel processo, con l’intento di evitare che, attraverso la dilatazione smisurata dei tempi, il cittadino veda di fatto frustrata la propria istanza di giustizia.

Contrastare la lentezza del processo civile significa, evidentemente, incidere su quel circuito vizioso che – poggiando sull’inefficienza dei tempi della giustizia – finisce, di fatto, per alimentarne ulteriormente i carichi di lavoro, spingendo a disattendere gli impegni contrattuali e a porre in essere comportamenti opportunistici da parte dei debitori.

Solo qualche numero che testimonia della gravità del fenomeno.

A giugno 2012, nei Tribunali, erano pendenti 3.357.528 procedimenti civili e 1.279.492 penali. In Corte d’Appello, erano pendenti 439.506 procedimenti civili e 239.125 penali.

In Cassazione, 99.487 procedimenti civili e 28.591 penali.

Nel complesso, quindi, quasi quattro milioni di processi civili.

Senza dubbio occorre un intervento straordinario, anche sul piano delle risorse, e su questo versante profonderò ogni sforzo possibile, compatibilmente con l’attuale e difficile situazione congiunturale.

È auspicabile, al contempo, ed in questa direzione mi riprometto di sollecitare l’attenzione dei responsabili degli Uffici giudiziari, che vengano replicate, anche sulla base di positive esperienze già sperimentate, prassi lavorative più snelle e idonee a smaltire le sopravvenienze, senza incidere sulla qualità delle decisioni.

Ciascun Tribunale deve dotarsi del programma di smaltimento dell’arretrato, da coordinarsi con la riorganizzazione degli Uffici giudiziari.

Per affrontare in particolare l'arretrato in Appello - allo stato lo snodo piu critico - ed in Cassazione, riterrei comunque preferibile non procedere alla creazione di vere e proprie sezioni stralcio alle quali attribuire la competenza esclusiva in ordine all’arretrato.

 Sarebbe auspicabile, piuttosto, prevedere una rimodulazione organizzativa delle sezioni oggi esistenti (senza escludere la possibilità di crearne di nuove), avvalendosi delle categorie professionali maggiormente qualificate (Magistrati ordinari, amministrativi o contabili,  e avvocati dello Stato in pensione, notai, avvocati, professori universitari di prima e seconda fascia).

Sul progetto ci confronteremo, a breve, con il Consiglio superiore della Magistratura e con il mondo dell’avvocatura.

In via più strutturale, e per cercare di incidere anche sul primo grado di giudizio, credo nella utilità della creazione di un ufficio di staff del giudice che ne supporti efficienza e qualità. Quest’ultima misura, sulla falsariga di pregresse positive esperienze pilota, ritengo potrà essere in grado di generare un incremento della produttività, della qualità e, conseguentemente, dell’efficienza del sistema giudiziario.

Un’ulteriore linea di azione, che mi sembra importante percorrere nell’ottica di una deflazione dei carichi giudiziari, attiene alla revisione della normativa sulla mediazione obbligatoria, tenendo conto dell’orientamento espresso dalla Corte Costituzionale, ed in esito ad un’ ampia e condivisa valutazione con tutti i principali operatori del settore.

Lo strumento della mediazione - come dimostrano esperienze europee in sistemi giudiziari simili al nostro e come ha dimostrato anche la sia pur breve sperimentazione attuata nel nostro Paese nelle forme della obbligatorietà - si è rivelato di grande efficacia sotto il profilo dell’abbattimento del contenzioso civile, con un positivo effetto anche sul piano della composizione dei conflitti tra le parti, per circa la metà dei quali è stato raggiunto l’ accordo.

È uno strumento che evidentemente necessita di una metabolizzazione sul piano culturale; quindi, quanto più si riuscirà a sensibilizzare l’opinione pubblica sui positivi risultati indotti dall’adesione a tale meccanismo, tanto più ne trarrà giovamento la macchina dell’Amministrazione della giustizia civile.

Ovviamente, la diffusione di tale strumento dovrà essere accompagnata da regole deontologiche e di incompatibilità serie e rigorose, dal rispetto di un principio di competenza, da una adeguata professionalità dei mediatori.

E’ infine mio intendimento porre mano alla tematica della magistratura onoraria e dei giudici di pace valorizzandone professionalità e ruolo, anche in considerazione dell’importanza assunta nell’offerta di giustizia ai cittadini.

Vengo dunque al tema della situazione carceraria, questione delicatissima che vede  coesistere, in un difficile tentativo di costante equilibrio,  l’intreccio tra esigenze di sicurezza, finalità di espiazione e di rieducazione della pena, garanzia dei diritti di dignità della persona.

Al 15 maggio 2013, erano presenti  -nei 206 istituti carcerari italiani -65.891 detenuti, di cui oltre 23.000 stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 47.040 detenuti.

Di questi, 24.691 sono indagati o imputati in custodia cautelare, 40.118 sono condannati e 1.176 internati.

Non possiamo più permetterci di ritardare la soluzione di un problema indilazionabile, anche sotto il profilo morale.

La complessità del tema ha bisogno di una risposta articolata e modulata su più fronti, che parta da una nuova prospettiva culturale ed in cui la pena detentiva carceraria non sia più l’unica opzione possibile, solo perché il sistema non è in grado di individuare soluzioni alternative.

Appare peraltro ineludibile intraprendere un percorso di umanizzazione della vita carceraria, onde rendere effettivo il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena.

La situazione di insostenibile degrado in cui versa  il sistema carcerario italiano sconta un pregresso particolarmente critico ed un pluriennale ritardo nell’adozione di misure radicali che avrebbero dovuto consentire di dare una risposta strutturale e organica all’emergenza.

Ciò ha determinato, tra l’altro, pesanti ricadute anche in termini di responsabilità dell’Italia di fronte alla Corte Europea dei diritti dell’uomo; basti ricordare la pronuncia dell’8 gennaio 2013, nota anche come sentenza Torreggiani, che ha imposto strettissimi tempi per l’adeguamento del sistema carcerario italiano agli standard europei di accoglienza.

E’ una situazione che va a colpire e a creare disagio e sofferenza non solo alla popolazione carceraria ma anche agli uomini e alle donne della polizia penitenziaria a cui va tutta la mia personale gratitudine e l’apprezzamento per la dedizione, l’ umanità e lo spirito di sacrificio con cui quotidianamente svolgono il proprio servizio, consentendo con il loro impegno di sopperire, sia pure in parte, alle carenze del sistema.

 Analogo sentimento di riconoscenza voglio rivolgere a tutto il resto del personale- medici, psicologi, operatori- che con altrettanta dedizione  presta la propria opera all'interno delle nostre carceri.

È mio dovere indefettibile e indifferibile agire; non intendo sottrarmi a questa che sento come una responsabilità, certamente come Ministro, ma anche come cittadino, come persona.

E’ dunque un accorato richiamo quello che mi sento di rivolgervi: a farci carico, tutti insieme, in uno sforzo comune e responsabile, di un tema su cui si declinano gli elementi essenziali di uno Stato di diritto e la storia della nostra grande tradizione di civiltà.

Nella precedente legislatura sono stati avviati interventi importanti e nel solco di questi credo debba riprendere il cammino delle riforme, cercando di dare impulso a ciò che non è stato possibile portare a termine.

Senza pregiudiziali ideologiche, senza strumentalizzazioni mediatiche, operando - come dicevo prima - su diversi versanti.

Penso innanzitutto alla razionalizzazione del sistema sanzionatorio penale; partendo dal disegno di legge, già approvato a larga maggioranza dalla Camera il 4 dicembre dello scorso anno, non licenziato in via definitiva dal Senato a causa della fine anticipata della legislatura, e da cui credo dovremmo riprendere le mosse.

L’intervento sul sistema sanzionatorio dovrà riguardare in primo luogo le nuove pene detentive non carcerarie, nel solco di quanto è stato già fatto nel 2010 e nel 2011 (esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori rispettivamente a dodici mesi e a diciotto mesi), valutando tutte le soluzioni alternative tecnicamente percorribili.

La reclusione va limitata ai soli reati più gravi, con l’introduzione, come sanzioni autonome, della detenzione domiciliare e del lavoro di pubblica utilità, inteso quest’ultimo come obbligo di fare a favore della comunità.

Le nuove pene detentive non carcerarie consentirebbero di attuare il principio del minor sacrificio possibile della libertà personale, al quale la Corte Costituzionale ha ripetutamente fatto richiamo.

Non si tratta di un intervento risolutivo di tutti i problemi delle carceri, lo so bene, ma di un buon inizio.

In secondo luogo, è il caso di prevedere forme alternative di definizione del procedimento penale, condizionate a programmi di trattamento cui sottoporre l’imputato (come  per l’istituto della sospensione del processo con messa alla prova).

Infine, la riforma della contumacia, con la previsione della sospensione del processo nei casi in cui l’interessato assente non abbia avuto una effettiva conoscenza dell’imputazione a suo carico. Si tratta di un tema di cui si discute da anni e che deve essere affrontato, con coraggio e realismo, una volta per tutte.

Sempre nel solco dei lavori avviati nella precedente legislatura, riterrei utile riprendere le mosse dagli esiti della commissione ministeriale di studio che ha perseguito l’obiettivo di un diritto penale come extrema ratio di tutela nonché di una deflazione processuale.

 In particolare andrebbe affrontato, in termini condivisi, sia un percorso di “decriminalizzazione astratta” (ossia di abrogazione di fattispecie di reato o trasformazione di reati in illeciti amministrativi), che di “depenalizzazione in concreto”, attraverso l’introduzione dell’istituto della irrilevanza del fatto e di meccanismi di giustizia riparativa.

Molti spunti interessanti possono essere tratti dai lavori della Commissione mista per lo studio dei problemi della magistratura di sorveglianza (cd. Commissione “Giostra”), che ha indicato una serie di misure dirette specificamente a contrastare la tensione detentiva determinata dal sovraffollamento.

I dati statistici, cui ho fatto prima cenno, confermano che una elevatissima percentuale della popolazione carceraria è costituita da soggetti ristretti per reati in materia di stupefacenti. Occorre favorire l’accesso all’affidamento terapeutico nella consapevolezza che la dimensione carceraria, sotto il profilo organizzativo e strutturale, non può costituire la principale risposta che lo Stato possa dare ad un problema così diffuso di disagio sociale.

Contemporaneamente, deve essere completato il piano per l’edilizia carceraria, anche attivando strumenti di finanziamento innovativi- come la possibilità di effettuare permute tra strutture carcerarie in avanzato stato di degrado- ma appetibili sotto il profilo edilizio, che verrebbero cedute in cambio di edifici nuovi, concepiti dal punto di vista strutturale e di sicurezza secondo le più moderne funzionalità.

Ciò permetterebbe di raggiungere l’obiettivo di disporre di carceri più adeguate alle esigenze dei detenuti e in linea con la tradizione giuridica del nostro Paese.

Della massima importanza è anche la prosecuzione dei progetti di natura organizzativa finalizzati a ridisegnare le modalità di custodia, valorizzare l’attività di trattamento, ottimizzare l’impiego delle risorse umane, massimizzare il lavoro carcerario che, come dimostrano le statistiche, abbatte la recidiva.

La possibilità di migliorare la distribuzione dei detenuti dentro il sistema, e quindi di razionalizzare l’uso degli spazi esistenti, è attuabile in tempi brevi ed è collegata alla capacità di distinguere i detenuti, in modo da corrispondere più adeguatamente ad una popolazione variegata, e destinarli a circuiti appropriati alle loro caratteristiche.

Questo consentirà di ottenere importanti risultati sulle condizioni di vita dei detenuti e degli agenti di polizia penitenziaria e potrà costituire, per l’Italia, un importante passo in avanti, da portare alla attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’uomo.

Discorso a parte merita il settore della giustizia minorile, per il quale appare non più procrastinabile l’esigenza di provvedere ad un intervento riformatore organico che tenga conto della peculiarità e della delicatezza dei temi che ruotano intorno alla rieducazione del minore.

Non posso, poi, dimenticare che al Ministero, che ho l’onore di guidare, è attribuito, per legge, il delicato compito di vigilare sulle libere professioni, con le quali intendo proseguire nel solco di un dialogo aperto e costruttivo.

Al proposito, ricordo che lo scorso 18 gennaio è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana la legge 31 dicembre 2012, n. 247 recante “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”. Si tratta di un provvedimento lungamente atteso dall’Avvocatura e discusso in maniera approfondita dalle Camere che, dopo ben quattro anni di trattazione, lo hanno approvato in modo plebiscitario. Il testo, che riforma organicamente la disciplina della professione forense, contiene numerosi rinvii a regolamenti di attuazione, per la maggior parte affidati al Ministero della Giustizia.

Sul punto, intendo assicurare che è mia intenzione procedere a dare il massimo impulso all’attuazione della predetta riforma attraverso un lavoro congiunto e condiviso con il Consiglio nazionale forense e con tutti i protagonisti del mondo dell’ avvocatura, a livello nazionale e territoriale.

Un ultimo accenno agli impegni sul piano internazionale.

Considero una assoluta priorità  proseguire, nel solco delle linee portate avanti dai miei predecessori, sulla via della elaborazione di accordi internazionali che, specie sul piano penale, assicurino il rispetto della legge e l’assolvimento dei compiti della giurisdizione.

La bussola dell’interesse del cittadino, cui ho fatto riferimento prima, impone che l’Italia si faccia protagonista nelle politiche della giustizia dell’Unione europea, nella direzione della costruzione di un’area comune di sicurezza, libertà e giustizia, che deve essere con decisione perseguita, non solo nel rispetto delle tradizioni dei vari Paesi membri ma anche nell’accorto bilanciamento tra le esigenze di sicurezza e quelle di un non procrastinabile sviluppo.

Ai temi trattati, aggiungo una riflessione circa l‘impegno di tutto il Governo, e mio personale, non solo di non arretrare nella lotta alla Mafia e a tutta la criminalità organizzata, ma di profondervi sempre più energie ed impegno.

Il Governo si propone, infine, di verificare la possibilità di soluzioni condivise di altri problemi – in particolare per la giustizia penale – per le quali ha avanzato proposte, nella relazione del 12 aprile scorso, il Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali, istituito il 31 marzo dal Presidente della Repubblica.

Sono certa che lavoreremo insieme affinché questi temi non siano  mai più terreno di scontro politico, ma vengano affrontati con onestà intellettuale in una visione oggettiva e priva di condizionamenti di alcun genere.

Chiedo uno sforzo a ciascuno di voi, che avete competenze specifiche, esperienza, consenso e certamente voglia di migliorare il sistema giustizia in Italia.

Presidente, Onorevoli Senatori.

Ci aspetta una stagione di lavoro intenso.

Mi impegno ad una disponibilità al dialogo continuo e costruttivo  con tutti Voi, confidando nella possibilità di trovare una convergenza fattiva e proficua, nel rigoroso rispetto della Costituzione e nell’interesse esclusivo del nostro Paese.

Annamaria Cancellieri